NEONAZISTI ATTACCANO IL SITO DI UMBERTO GUIDONI
Posted by Matia on 26/09/2008 at 10:14
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Questo pomeriggio il sito di Umberto Guidoni è stato oggetto di un attacco da parte di hacker neonazisti che lo hanno reso inaccessibile agli utenti facendo comparire una schermata con scritto "Viva il nazionalsocialismo" con la foto di Hitler davanti alla torre Eiffeil a Parigi. Nel pannello di controllo del sito appariva la scritta "Viva il terzo reich".
Consideriamo ignobile questo attacco sia per la deprecabile filosofia politica ispiratrice del gesto sia per lo scarso rispetto per persone che tutti i giorni lavorano, nel loro piccolo, cercando di veicolare informazioni e una mole di lavoro che, forse proprio perché enorme e di qualità, non trova spazio sui quotidiani e sulle televisioni in quanto non allineata al pensiero unico imperante.
Vogliamo sperare che questo atto inqualificabile ed infantile sia un gesto di qualche perdigiorno e non certo il tentativo di ridurre al silenzio chi la pensa diversamente. Allo stesso modo auspichiamo che non si tratti di un'ulteriore tangibile dimostrazione del clima di intolleranza e di revisionismo storico che sta pervadendo il nostro Paese.
Perché se questo fosse il caso, qualunque tentativo sarebbe vano, in quanto continueremo a diffondere informazioni spesso nascoste dalla stampa e dalla televisione e a gridare, quando servirà, le nostre ragioni fino a quando avremo voce. Perché siamo antifascisti e antinazisti. Per definizione.
Lo staff del sito www.umbertoguidoni.eu (presto di nuovo online!)
DefCon 15 - T112 - No-Tech Hacking
Comuni trasparenti?
Posted by Matia on 19/09/2008 at 20:50
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La Rinascita Online - 19/09/2008
Posted by Matia on 19/09/2008 at 13:29
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Il premier contro la Cgil. Diliberto, «troppo facile attaccare i sindacati, la verità è che contro i lavoratori non si governa». Clima di grande tensione

Oggi la maggior parte dei voli regolari, Alitalia continua a volare, grazie in prima persona ai lavoratori, ma la situazione è drammatica, rimane solo il commissario
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L'incubo americano
Posted by Matia on 18/09/2008 at 10:57
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http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/crisi-mutui-5/lehman-incubo-americano/lehman-incubo-americano.html
America, il grande crac
"incubo" americano a Wall Street
WASHINGTON - C'è qualcosa di spaventosamente banale, perché già visto molte volte come quegli uragani che si abbattono ogni anno, nel collasso della quarta banca d'affari americana consumato in questo weekend, la Lehman Brothers. Come nella fine di Bear Stearns, di Merrill Lynch - la numero uno risucchiata dalla Bank of America - nell'assalto in atto al titano delle assicurazioni Aig, nelle febbre che sta facendo rabbrividire marchi stellari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan, c'è semplicemente l'altra faccia del "sogno americano". L'incubo americano.
La catastrofe della Lehman fallita, due settimane dopo il salvataggio governativo delle due principali fonti di mutui immobiliari semiprivate, Freddie Mac e Fannie Mae, e il panico che si sta impadronendo di un'industria finanziaria che si considerava inaffondabile e oggi vede un Titanic dopo l'altro inabissarsi, è la parabola dei trionfi e delle catastrofi inevitabili e necessari, che in un sistema di economia e di finanza spregiudicate trasforma pezzenti in miliardari con la stessa furia con la quale trasforma miliardari in pezzenti. Che travolge, devasta, terrorizza e poi diventa la premessa per ricostruire.
Non ci sarebbe l'America senza i disastri che l'hanno devastata e poi l'hanno rifatta. Quando Richard Fuld, presidente e profeta di questa casa finanziaria, addirittura vetusta per gli standard americani essendo nata 158 anni or sono, che dal 1993 era guardato come il mago capace di trasformare il nulla in oro e oggi come un apprendista stregone che ha lasciato 27 mila dipendenti sull'orlo del tuffo dalla finestra, ha dovuto arrendersi dopo un week end di inutile agonia e ha dovuto portare i libri in tribunale, un dramma rappresentato mille volte è andato in scena. Senza risalire alla preistoria e al crack del1929, che i grandi gufi come Allan Greenspan continuano a citare forse per far dimenticare la parte che loro stessi hanno giocato con la propria miopia, soltanto negli ultimi 20 anni abbiamo assistito al crollo fraudolento delle piccole casse di risparmio (nel quale fu coinvolto anche un certo senatore chiamato John McCain), costato 800 miliardi ai contribuenti americani; al "meltdown", alla fissione nucleare delle obbligazioni spazzatura, i junk bonds, che avevano alimentato i razziatori di aziende; al grande crack di Wall Street; all'esplosione tragica della millantata "new economy" e dei titoli bidone delle "punto com"; alla scomparsa (criminale) di colossi dell'energia come la Enron.
Questi eventi terrificanti sono insieme l'eccezione e dunque la regola che domina il respiro di una nazione che sa, per esperienza amara ma lunga, di dover pagare il prezzo dei propri eccessi, prima di bonificarsi e poi ripartire verso altri eccessi. In un universo dominato dai due poli estremi del "fear" e del "greed", della paura e dell'igordigia, i maghi di ieri, come Fuld delle Lehman, o come Kenneth Lay dell Enron, grande amico di George Bush, ucciso da un infarto dopo una condanna a 25 anni di carcere per bancarotta, sono i furfanti di domani, esecrati con la stessa violenza con la quale erano adorati fino a quando producevano soldi per i clienti. I 27 mila dipendenti della Lehman, pagati in titoli della loro banca, lo adoravano quando il titolo era oltre i 66 dollari e ricevevano "bonus" di fine anno raramente inferiori ai 350 mila dollari. Oggi, che quei titoli valgono 24 centesimi, quasi nulla, e si sono portati via risparmi, sogni, lussi, case, senza più speranze di quei bonus che alimentavano i prezzi astronomici delle abitazioni a Manhattan, lo maledicono.
Il caso della "Fratelli Lehman", ancora chiamata così in onore dei tre fratelli Henry, Immanuel e Mayer, tedeschi immigrati dalla Baviera nel 1850 senza uno scudo in tasca e divenuti ricchi (ecco il "sogno") facendosi pagare con il cotone coltivato dagli schiavi dell'Alabama, colpisce non soltanto per le dimensioni di questa casa finanziaria che, con 27 mila dipendenti, aveva un portafoglio nominale e un valore di mercato pre collasso superiore ai 500 miliardi di dollari. Colpisce perché, a differenza di fondi d'investimento puramente speculativi, come il famoso "Long Term Capital" concepito da due premi Nobel dell'Economia e andato in fumo nel 1991, la Lehman aveva una lunga e nobile storia di saggi e fruttuosi finanziamenti.
Con il suo aiuto, erano nate le prime grandi catene di magazzini popolari, come la Sears e la Macy delle celebri parate a Manhattan. Avevano permesso la nascita della Rca, signora e madre della radio e della televisione e della Halliburton, la società di ricerche e servizi all'industria del petrolio che il vice presidente Dick Cheney guidò prima di entrare alla Casa Bianca nel 2001. Era stata dunque parte della grande economica americana, prima di gettarsi sulla nuova frontiera dei mutui immobiliari e di quegli strumenti finanziari, come gli "hedge funds" e i "derivate" che nel anni 90 avevano promesso la pietra filosofale che ogni investitore sogna: guadagnare in ogni caso, qualunque zig zag compia il mercato.
Come vuole la saggezza popolare, se una cosa è troppo buona per essere vera, non è vera. Nel momento, previsto e ignorato, dell'inversione del mercato immobiliare dopo anni di aumenti insensati del valore delle case sostenute da profitti e "bonus" e da crediti a tutti, Lehman e il suo aggressivo leader, Fuld, hanno scoperto l'incubo: come si possono fare fortune puntando sui rialzi, così se ne possono fare scommettendo sui ribassi. Quando il sangue delle piccole banche esposte in crediti cattivi a debitori insolventi, i cosiddetti mutui subprime, a clienti sotto gli standard ottimali, ha cominciato a diffondersi nell'acqua, i grandi speculatori al ribasso hanno cominciato a mordere, sbranando pezzo dopo pezzo case come la Bear Stearns, la Countrywide mutui, ripescata dalla Bank of America, le due agenzie semiprivate Freddie e Fannie di sostegno ai mutui, nazionalizzate nel panico per non radere al suolo il già devastato mercato della casa e infine la Lehman, accusata di avere "cucinato i libri" e nascosto almeno 13 miliardi di crediti ormai non più recuperabili.
In un'economia che sbanda tra le onde della mancanza di fiducia, l'ingrediente essenziale di ogni credito, e della incertezza sul futuro, che non vede dove sia il fondo del mare, ci si chiede "who's next"? chi sarà la prossima vittima degli squali. La Merrill Lynch, la leggendaria "casa del toro furibondo" è stata assorbita, per 50 miliardi, dalla Bank of America, che sta saccheggiando i rottami per uscire come banca dominante quando il ciclone passerà. La Goldman Sachs sta innalzando muri di sacchetti di sabbia attorno ai propri debiti, con riserve di cash, di danaro liquido, come stanno facendo la Morgan Stanley e la JP Morgan. La Aig, American International Group, finanza e assicurazioni, vacilla ed è la preda attorno alla quale incrociano gli squali, mentre il governo Bush, dopo avere contribuito a salvare la Bear Stearns promuovendo l'assorbimento e nazionalizzando, con nobile sprezzo dell'ideologia liberista, le due grande agenzie di mutui, è stata costretta a chiamarsi fuori. Il mercato della liquidità, del credito, è paralizzato dal terrore.
Il ministro del tesoro Paulsen ha lasciato al suo destino la casa che i tre fratelli arricchiti dalla speculazione sul cotone 158anni or sono costruirono, scoprendo che sarebbe "immorale" usare soldi dei contribuenti per salvare o remunerare gli speculatori, o liberarli dai debiti assunti dalla mano pubblica, secondo quella formula Alitalia che qui sarebbe improponibile. A 50 giorni dalle elezioni, non ha più nè la volontà politica nè i soldi per farlo. Le grandi banche nazionali e straniere, come Citigroup, Chase, UBS, Bank of America hanno costituto in fretta un fondo d'emergenza di 100 miliardi di dollari per mutuo soccorso e la Federal Reserve, in consultazione con la Bce e con le altre banche centrali del mondo, tiene aperti i propri rubinetti di "extrema ratio" per i correntisti e risparmiatori, avvertendo che non è la Croce Rossa degli speculatori e la sua disponibilità non è infinita.
Ma in realtà nessuno ascolta le scontate e irritanti rassicurazioni di Bush, ripetute anche ieri, sull'"economia americana che rimane robusta". Tutti aspettano la nuova Presidenza per vedere se tenterà di riportare ordine, e qualche regola, nella finanza allegra, divenuta tristissima. Altri cadranno, ma altri cresceranno, come sempre, in questa che rimane l'ultima vera frontiera selvaggia, come la borsa, ha dimostrato ieri passando dalla furia iniziale del "vendere a qualsiasi prezzo" (il panico) alla voglia di cercare azioni scontante (l'ingordigia). Quando anche questa buriana sarà passata, i fratelli bavaresi che speculavano sul cotone saranno diventati una interessante lezione per master in economia, e l'America sarà pronta per un nuovo boom e poi uragano. Lehman Brothers aveva la propria sede nel World Trade Center, l'11 settembre 2001.
Vittorio Zucconi
(16 settembre 2008)
Lehman ovvero il collasso del parassita
Posted by Matia on 17/09/2008 at 14:45
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Domenico Moro, 16 settembre 2008, 19:21
from: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=9039
L'economia Usa sta rivelando con le crepe sempre più vistose che appaiono in superficie la fragilità di fondo che la caratterizza da tempo. Quella di una economia e di un paese che hanno vissuto fino ad ora a credito sulle spalle del mondo intero
Come quasi sempre accade, quasi tutti i quotidiani, compresi quelli economici, fino a qualche giorno fa erano pronti a scambiare un timido raggio di sole per la fine della tempesta. La stessa Marcegaglia preconizzava in una intervista sul Corriere una imminente ripresa Usa sulla base di una più che precaria rivalutazione del dollaro sulle altre valute. La realtà si è premurata di smentire i facili ottimismi e di ricordarci che la crisi dei mutui non è terminata, e che anzi i suoi effetti si fanno più manifesti. Del resto, si sapeva benissimo che la crisi immobiliare aveva tramutato le cartolarizzazioni dei mutui in carta straccia e, anche se l'entità delle perdite subite da tutto il sistema bancario Usa (e non solo) era incerta, si era però certi che fosse enorme. Infatti, da diversi mesi, mano a mano che le perdite emergevano, è iniziato uno stillicidio di fallimenti bancari che, evidentemente, costituivano solo l'avanguardia che quello che sta accadendo ora. Subito dopo il salvataggio dei due istituti di assicurazione dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, che a detta di molti avrebbe dovuto salvare il sistema finanziario Usa, si è avuto il fallimento di una della quattro principali banche d'affari Usa, Lehman Brothers, che martedì aveva perso il 45% del valore delle sue azioni, denunciando perdite per un valore di 15 miliardi di dollari a causa della crisi dei mutui. Contemporaneamente, Merrill Lynch, un altro storico colosso di Wall Street, è sparito, travolto dalle perdite ed assorbito da Bank of America. Ma non basta, Aig, il colosso statunitense delle assicurazioni, è in grave crisi di liquidità ed è arrivato a perdere ieri il 60%. Dopo aver richiesto a lungo un'àncora di salvataggio alla Banca centrale Usa (Fed), finalmente ha ottenuto una linea di finanziamento di 25 miliardi dal governatore dello Stato di New York e, soprattutto, 75 miliardi da una cordata di salvataggio composta da alcune banche sollecitate dalla stessa Fed.
Le conseguenze del crollo di Lehman sono state pesanti, con i mercati mondiali strascinati al ribasso. A Wall street sono stati bruciati 700 miliardi di dollari di capitalizzazione, mentre in Europa se ne sono persi 125. Un segnale particolarmente inquietante è quello proveniente dalla Cina, dove per la prima volta da sei anni il costo del denaro è stato tagliato dello 0,27% al 7,20%, segno che alla preoccupazione dell'inflazione si sta sostituendo quella del rallentamento economico, dovuto al crollo della Borsa cinese, che dall'ottobre scorso ha perso il 65% e al cedimento del mercato immobiliare. Ma la preoccupazione maggiore sta nel rallentamento delle importazioni dagli Usa, proprio a causa della difficoltà di questi ultimi a mantenere l'elevato livello di spesa per il crollo del mercato immobiliare e dei muti che permetteva di finanziare l'indebitamento delle famiglie.
Le esportazioni in Usa rappresentano, infatti, una quota importante del Pil cinese e la crisi Usa (ricordiamo fra l'altro il calo in agosto della produzione industriale dell'1,1%), non può non avere contraccolpi anche nella "fabbrica del mondo" cinese.
Di fronte a questa situazione Bush e Paulson, il ministro del Tesoro, continuano a sostenere imperterriti che l'economia americana è robusta e sosterrà l'impatto. Fanno il loro mestiere. Ma la realtà è diversa. L'economia Usa sta rivelando con le crepe sempre più vistose che appaiono in superficie la fragilità di fondo che la caratterizza da tempo. Quella di una economia e di un paese che hanno vissuto fino ad ora a credito sulle spalle del mondo intero. Gli Usa hanno un enorme debito delle famiglie, delle imprese, e soprattutto del commercio estero, che è in assoluto il più grande del mondo.
Se gli Usa sono riusciti a reggere è stato solo perché hanno ricevuto continue immissioni di liquidità dall'estero, soprattutto da parte di paesi come la Cina che reinvestono i loro forti surplus commerciali in obbligazioni sui mutui e specialmente in buoni del Tesoro Usa. Ultimamente, però, proprio per l'evolversi della crisi dei mutui si sono avuti segnali di ritiro da parte di alcune banche cinesi dalle obbligazioni di Fannie Mae e Freddie Mac, il cui compito era proprio quello di assicurare i mutui e rivendere le cartolarizzazioni soprattutto all'estero. La Cina dovrebbe detenere circa il 30% delle obbligazioni dei due istituti, seguita dal Giappone con una quota di poco inferiore.
E' proprio per poter garantire questo meccanismo di finanziamento che il governo ha nazionalizzato i due istituti. L'operazione del governo protegge, infatti, le obbligazioni, che sono in mano ad investitori esteri, mentre penalizza le azioni ordinarie e privilegiate, in mano a banche Usa ed in parte europee, che invece, dopo il salvataggio, sono diventate carta straccia, aggravando le perdite bancarie.
Esiste, però, un risvolto della medaglia. Neanche Paulson è a conoscenza di quanto costerà allo Stato (al contribuente) la socializzazione delle perdite di Fannie e Freddie. Si parla di cifre iniziali enormi, tra i 200 ed i 500 miliardi di dollari. Inoltre Bernanke, presidente della Fed, ha iniettato nel sistema bancario, dopo il crack di Lehman, riserve per 70 miliardi dollari, il maggior intervento dal settembre 2001, seguito dalla Banca centrale europea con 30 miliardi di euro (ne erano stati richiesti dalle banche 90). La Fed, poi, ha deciso di accettare come garanzia dei prestiti d'emergenza anche azioni, scambiando titoli a rischio con buoni del tesoro, cioè con asset sicuri. Del resto, secondo un'altra fonte, in un anno la Fed ha ridotto all'interno dei suoi asset la quota di buoni del tesoro dal 91% al 53%, peggiorando così la qualità del suo credito.
La questione principale è però il rigonfiamento abnorme del debito pubblico (già sollecitato dalle ingenti spese militari) il cui peso viene ad aggiungersi a quello del debito del commercio estero, rendendo ancora maggiore la necessità di finanziamento dall'estero e il collocamento di buoni del Tesoro. A questo proposito sorge, però, una difficoltà. Infatti, il prezzo dei credit default swaps, cioè in parole semplici dell'assicurazione all'insolvenza del debito Usa, è cresciuto, subito dopo la nazionalizzazione di Fannie e Freddie, di 17.5 punti base. Ciò significa che, a giudizio del mercato finanziario, il pericolo di insolvenza del debito del governo Usa è più alto di quello della maggior parte dei paesi industrializzati. Ora, visto anche che ad acquistare i buoni del Tesoro Usa nelle ultime aste sono rimaste quasi solo le Banche centrali, c'è la possibilità concreta che, a causa dell'accrescimento del rischio di insolvenza, queste decidano di uscire dai titoli di Stato Usa per rifugiarsi magari verso i bond tedeschi. Nel frattempo il dollaro, confermando di essere stato sostanzialmente sopravvalutato, è, a seguito del crack di Lehman, di nuovo crollato soprattutto rispetto allo yen giapponese ed al franco svizzero.
In sintesi l'economia Usa è tutt'altro che solida e il tentativo di puntellare l'edificio che crolla rischia di creare altre difficoltà, senza neanche tentare di risolvere quello squilibrio nel credito mondiale che è la vera ragione di quanto accade oggi. Inoltre, le ripercussioni a livello mondiale di quanto accade in quello che continua a rimanere il centro finanziario mondiale, nonostante la sua evidente decadenza economica e monetaria, saranno sicuramente rilevanti.
La politica delle puttane
Posted by Matia on 16/09/2008 at 21:05
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Il livello attuale dell'Italia
Posted by Matia on 16/09/2008 at 18:21
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Vado in ordine:
1) ecco il primo.. niente da dire, nessuno si meraviglia tranne noi dall'estero che diciamo "WHAT THE FUCK?"... Queste simpatiche personcine dovrebbero stare in galera come la costituzione vuole, e invece...
Il n.1 romano dei giovani An contro Fini
"Noi non saremo mai antifascisti"
Il leader di Azione giovani Iadicicco dopo le parole del presidente della Camera che invitavano ad aderire ai valori della Costituzione: "Non possiamo e non vogliamo esserlo". Il Pd: "Cosa dice la Meloni?"
2) Beh anche di questo non ci si puo' meravigliare troppo, visto il livello culturale del paese:
Sondaggio, aumenta la fiducia nel governo
Il gradimento del premier sale al 60%
Indagine Ipr Marketing per Repubblica.it. Il premier "guadagna" 5 punti. Tra i ministri salgono Maroni, Carfagna e Gelmini. In calo Pd (dal 34 al 30%) e Idv. Udc stabile al 20% di MARCO GRASSO / LE TABELLE
3) Questa poi e' fantastica, perche' da' chiaramente l'idea di quanto certe cose sono (state) pilotate... chi non capisse e' pregato di continuare a votare il simil-uomo.
VEZZALI RAP
"Presidente, da lei mi farei toccare"
LE IMMAGINI
... che schifo di paese ...
Diliberto: " L' 11 Ottobre tutti in piazza con le nostre bandiere "
Posted by Matia on 15/09/2008 at 17:26
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Diliberto: " L' 11 Ottobre tutti in piazza con le nostre bandiere "
La nostra Summer school è la lotta quotidiana dei lavoratori per salari e diritti
Image Dopo 11 giorni di incontri, dibattiti, concerti e tante iniziative, ieri sera si è chiusa la Festa nazionale di Rinascita a Torvaianica
L'ultimo incontro, come di rito, ha visto sul palco il segretario del Pdci Oliviero Diliberto che, ringraziando i compagni che hanno lavorato alla festa, si è detto felice di vedere, dopo la sconfitta di aprile, fra i militanti comunisti tanta voglia di stare ancora in campo. Un modo di esserci sicuramente diverso da quello del Pd che proprio ieri ha chiuso la sua “Summer school”. «Copiano gli americani anche nei nomi, non si poteva chiamare scuola d'estate?», si chiede Diliberto che sottolinea la sempre più marcata americanizzazione che il Pd e il Pdl cercano di imprimere, un'americanizzazione della politica, del lessico e delle idee. «E proprio da qui, dalla battaglia delle idee, bisogna ripartire, o le idee dominanti saranno sempre più le idee della classe dominante».
Se Berlusconi e Veltroni amano così tanto gli Usa, Diliberto li invita provocatoriamente (certo il leader del Pdci non è un grande estimatore della politica capitalista ed imperialista statunitense) a copiare qualcosa oltreoceano, dove chi non paga le tasse va in galera e i reati contro lo Stato e la Pubblica amministrazione sono considerati i più gravi, perché ledono la collettività. «Basti pensare che l'Fbi ha fatto irruzione a Wall Street arrestando decine di manager, ciò – sottolinea Diliberto - in Italia non potrebbe mai succedere, ormai si usano due pesi e due misure: forti con i deboli, debolissimi con i forti, sovvertendo i principi liberali di eguaglianza di tutti i cittadini».
Il segretario comunista sottolinea la gravità della situazione politica attuale, in cui il Pd non fa opposizione e Berlusconi, con una maggioranza schiacciante in Parlamento, può fare ciò che vuole. «Basti pensare ai primi provvedimenti assunti da questo Governo, dal decreto sul precariato, che di fatto lo accresce, ai tagli sulla scuola e ora la riforma Gelmini. Si vuole colpire il sapere, la cultura, che insegna il senso critico e dà la consapevolezza dei propri diritti». Per questo, e per molto altro ancora, è importante riprendere a fare un'opposizione seria e combattiva, «l'11 c'è l'occasione per scendere in piazza con le nostre bandiere, per dire che quella del Pd non è opposizione e per parlare dei temi che ci stanno a cuore, dai salari, alla scuola, ai diritti», sottolinea Diliberto, invitando tutti a partecipare alla manifestazione indetta contro il Governo e Confindustria.
Manifestazione a cui parteciperà anche il Prc e proprio a questo proposito Diliberto rilancia l'invito all'unità con i compagni di Rifondazione, «abbiamo l'ambizione di ricostruire un partito grande e forte, solo così non saremo subalterni al Pd e non saremo marginali». Il primo obiettivo saranno le elezioni europee, alle quali Diliberto si augura che ci sia una sola falce e martello, una sola lista comunista, e per fare questo «dobbiamo recuperare la capacità di fare opposizione, di stare sui territori, riaffermare la diversità dei Comunisti». Quella diversità che contraddistingue chi fa politica senza avere nulla in cambio, chi lavora per settimane alle iniziative e alle Feste del Pdci, chi si impegna perché ci crede e perché ha degli ideali. Con queste energie bisogna ripartire in una fase così critica, in cui le destre sono al potere e la sinistra non è in Parlamento, perché, conclude Diliberto, «siamo stati sconfitti, ma non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci».
La Rinascita Online - 15/09/2008
Posted by Matia on 15/09/2008 at 14:14
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Accade a Milano. Il clima razzista alla base dell'assassinio

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Vediamoci. Perché l'Italia non ha bisogno del nucleare
Posted by Matia on 15/09/2008 at 09:16
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Fonte:
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=8969
Vediamoci. Perché l'Italia non ha bisogno del nucleare
Umberto Guidoni*, 11 settembre 2008, 18:51
L'intervento
E' importante che si sia aperto un dibattito "a sinistra" sul tema del nucleare nel nostro paese. E' urgente ricostruire l'opposizione al governo delle destre ripartendo dalla società reale e, in questo senso, il tema energetico - solo apparentemente tecnico - rappresenta uno snodo centrale per ogni azione politica che abbia come obiettivo il cambiamento della società.
Il governo Berlusconi sta svuotando la democrazia reale attraverso una politica "decisionista", che utilizza provvedimenti in conflitto con la legislazione italiana ed europea e che certamente se ne infischia della volontà dei cittadini. In questo clima, in cui si è introdotto anche il segreto militare sugli impianti energetici, il tema della trasparenza dei controlli, della democrazia, delle autonomie locali, diventa un obiettivo politico di grande attualità.
Ma ci sono ragioni obiettive per tornare al nucleare in Italia? Scajola dice che lo chiede l'Europa e che l'alto prezzo della bolletta energetica, circa 60 miliardi di euro l'anno, è la conseguenza dell'uscita dell'Italia dal nucleare, dopo il referendum del 1987. In entrambi i casi si tratta di affermazioni false, utilizzate come slogan di una battaglia tutta ideologica e propagandistica.
Non solo l'Europa non ci chiede il nucleare ma anzi punta su un percorso virtuoso basato sulla regola dei tre "20". Un anno fa, il Consiglio Europeo ha definitivamente approvato un piano di azione per il dopo Kyoto che prevede, entro il 2020, di ridurre le emissioni di gas serra (-20%), agendo su efficienza energetica (+20%) e su un incremento delle fonti rinnovabili (+20%). Di fronte a queste grandi sfide, l'Italia invece di ridurre le emissioni del 6,5%, le ha aumentate di oltre il 15%. Per le sole penalità derivanti dagli accordi di Kyoto, l'Italia dovrà pagare circa 13 miliardi.
Inoltre, la commissione energia del Parlamento europeo ha appena approvato la relazione sulla proposta di direttiva sulle energie rinnovabili, confermando l'obiettivo vincolante del 20%. Un voto significativo, che oltretutto sconfessa chi punta alle centrali nucleari grazie alla bocciatura dell'emendamento che chiedeva l'equiparazione del nucleare alle fonti rinnovabili. Spero che questo voto induca il Ministro Scajola a discutere su come raggiungere l'obiettivo vincolante per l'Italia (17% di energie rinnovabili entro 2020) piuttosto che fare propaganda sul nucleare. In caso di mancato raggiungimento degli obiettivi UE, infatti, il nostro Paese sarà costretto a pagare altre penalità, che ricadranno nuovamente sulle spalle dei cittadini.
Sul secondo punto c'è bisogno fare chiarezza: il nucleare produce esclusivamente elettricità, che è solo una parte dei consumi energetici. Tutto il nucleare presente nel mondo (440 centrali) soddisfa poco più del 6% dei consumi finali; gran parte dell'energia è utilizzata in aree dove l'atomo non può sostituire i combustibili fossili: trasporti, industria, riscaldamento, agricoltura.
Al contrario di quanto afferma Scajola, l'energia nucleare è costosa e non ci libera dal petrolio. La Francia produce il 78% dell'energia elettrica da fonte nucleare ma consuma ed importa più petrolio dell'Italia che non produce un singolo chilowattora dall'atomo. Inoltre stiamo ancora pagando, a 20 anni dalla chiusura, i costi di smantellamento degli impianti nucleari (componente A2 della bolletta Enel).
Infine c'è un terzo punto per cui occorre contrastare la scelta nucleare: il modello di società. Con la scelta nucleare, si tende a remunerare il capitale investito invece di creare nuovi posti di lavoro e non c'è redistribuzione del reddito prodotto nella comunità in cui sono localizzati gli impianti. Forse è proprio la ragione per cui questo governo, che difende gli interessi dei gruppi industriali e dei poteri forti, ha rispolverato il nucleare. Come per Alitalia, si usa denaro pubblico per far crescere i profitti dei privati.
Per tutte le forze di sinistra diventa quindi urgente mettere la questione nucleare al centro del dibattito e penso che la scadenza del 15 settembre (alle ore 15 nella sede di Carta a Roma, in via dello Scalo di San Lorenzo) possa essere il primo passo in questa direzione.
*parlamentare europeo Associazione "Unire la Sinistra", Pdci
Bastardi...
Exo-politics
Posted by Matia on 11/09/2008 at 22:15
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I am waiting patiently,
I'll wait for a sign.
As conspiracies unwind,
Will you slam shut,
Or free your mind,
or stay hypnotised.
When the Zetas fill the skies,
Will our leaders tell us why,
Fully loaded satellites,
will conquer nothing but our minds.
And I've waited patiently,
And I wait for the sign.
Carried through the centuries,
Secrets locked up,
And loaded on my back,
and it weighs me down.
When the Zetas fill the skies,
It's just our leaders in disguise,
Fully loaded satellites,
will conquer nothing but our minds.
And I am waiting patiently,
And I'll wait for the sign. (Yeah).
And I am waiting patiently,
I'll wait for the sign
Divinely MUSE
www.muse.mu
NEWS UPDATE di Umberto Guidoni (PDCI)
Posted by Matia on 11/09/2008 at 15:15
Filed Under: Italia, Life, Politics
FROM THE GUE/NGL GROUP
di Umberto Guidoni (PDCI)
RINNOVABILI: UN VOTO CHE SCONFESSA CHI PUNTA ALLE CENTRALI NUCLEARI
Bruxelles, 11/09/08
"Un voto significativo per le energie rinnovabili in Europa che sconfessa chi punta alle centrali nucleari". Così Umberto Guidoni (Pdci), relatore ombra, ha commentato l'approvazione della direttiva sulle energie rinnovabili da parte della Commissione Energia del Parlamento europeo ed in particolare la bocciatura dell'emendamento che chiedeva l'equiparazione del nucleare alle fonti rinnovabili.
Guidoni ha spiegato che "finalmente ci sono obiettivi vincolanti per gli Stati membri, che porteranno l'Europa ad essere leader nella lotta ai cambiamenti climatici, ma non solo. Questa direttiva porterà alla creazione di nuovi e qualificati posti di lavoro per i cittadini europei."
"Per quanto riguarda i biocarburanti - ha spiegato l'europarlamentare - è stato raggiunto un compromesso su un obiettivo intermedio del 5%, entro il 2015, e uno complessivo del 10% entro il 2020 specificando però che almeno il 40% deve essere ottenuto con elettricità e idrogeno da fonti rinnovabili, o biocarburanti di seconda generazione ottenuti dai rifiuti. Un accordo soddisfacente, anche alla luce del fatto che ci sarà una revisione nel 2014 per constatarne l'impatto, con la possibilità di una modifica al ribasso del target".
"Spero che questo voto induca il Ministro Scajola a discutere su come raggiungere l'obiettivo vincolante per l'Italia (17% di energie rinnovabili entro 2020) piuttosto che fare propaganda sul nucleare. In caso di mancato raggiungimento degli obiettivi UE, infatti, il nostro Paese sarà costretto a pagare delle penalità, che ricadranno sulle spalle dei cittadini. Oltre ai proclami - ha concluso Guidoni - ci piacerebbe vedere il piano del governo per aumentare fonti rinnovabili ed efficienza energetica".
Ufficio Stampa Umberto Guidoni
Marco Furfaro
www.umbertoguidoni.eu
Democrazia e fascismo ai tempi della destra
Posted by Matia on 10/09/2008 at 09:39
Filed Under: Italia, Life, Politics
Democrazia e fascismo ai tempi della destra
di EZIO MAURO
NON c'è proprio nulla di "vecchio" o di "nostalgico", come si sono affrettati a dire in molti, nella polemica sulla doppia sortita sul fascismo e su Salò di due uomini di prima fila della destra italiana al governo, il sindaco di Roma e il ministro della Difesa: né francamente è interessante sapere se è per fascismo istintivo, naturale, antico, che nascono queste bestemmie istituzionali, o per la nuovissima incultura repubblicana, europea, occidentale che domina il berlusconismo indisturbato e regnante.
Al contrario, quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere, dunque, non delle piccole beghe tra Storace ed Alemanno che secondo alcuni sono l'unico movente e la spiegazione pacifica e rassicurante di una rivendicazione congiunta fatta davanti ai simboli della Repubblica, e non a caso da due "uomini nuovi" (se così si può dire) proiettati in competizione sul dopo-Fini, nel grembo berlusconiano che tutto concede e nulla vieta.
Stanno perfettamente insieme, nel rozzo bisogno di riaggiustare l'identità della destra dopo 14 anni, l'esaltazione dell'eroismo cieco e patriottico (dunque ingenuo e storicamente "innocente") di Salò con la riduzione del fascismo ad esperimento di modernizzazione autoritaria, travolto solo da un "esito" incongruo e tragico dovuto all'errore dell'innesto nibelungico col nazismo, le leggi razziali e la guerra. Si chiarisce l'aspetto tattico della svolta di Fiuggi, per la fretta dell'arruolamento belusconiano e la necessità conseguente di un cambio rapido di parole d'ordine e di riferimenti politici: una svolta appunto politicista, nient'affatto culturale, e tanto meno morale e storica, come confermano gli esiti odierni.
E' facile, sotto il mantello, i numeri e la leadership altrui, diventare ministri e presidenti delle Camere. Più difficile diventare democratici convinti: e addirittura convincenti.
Nell'immaturità della svolta, due elementi appaiono soprattutto fragili, e tra loro collegati. L'orrore e la vergogna delle leggi razziali, insieme con la necessità di un accreditamento internazionale, hanno portato Fini e tutta la classe dirigente di An a periodizzare la loro presa di distanza dal fascismo dal 1938. Tutto ciò che è avvenuto in questo senso è naturalmente doveroso e positivo, a partire dal primo incontro tra Fini e Amos Luzzatto, presidente della comunità ebraica italiana, che "Repubblica" ospitò nel 2003 su richiesta dello stesso Luzzatto, perché il leader di An non poteva andare in Israele senza prima aver fatto i conti con gli ebrei italiani. E tuttavia questo forte passo in avanti (nell'assunzione di una responsabilità storica, e nel discostarsene, condannandola) ha un limite se resta isolato. Perché se non c'è una condanna del fascismo come regime ("antiparlamentare, antiliberale e antidemocratico" come disse Mussolini nel '25) si disconosce la sua stessa "natura", la sua opposizione al principio di uguaglianza attraverso l'elitismo da un lato e il razzismo dall'altro, e dunque si può separare - come appunto fa Alemanno - l'esito tragico del Ventennio dalla tragedia quotidiana che nasceva dalla sua stessa essenza liberticida, dal suo "odio per la democrazia", da quella che Turati chiamò l'"anticiviltà".
Non solo: concentrando il "male" del fascismo nel '38, la condanna di quel male si risolve in un atto di contrizione personale a Yad Vascem, come se l'orrore supremo dell'Olocausto assorbisse in sé tutti gli altri scempi della democrazia compiuti dal regime, ogni altro gesto di riparazione, ogni legittima aspettativa degli italiani che avevano subito torti, abusi, violazioni della libertà. A partire dall'assassinio di Matteotti, per il quale nessun post-fascista ha sentito il bisogno nell'anniversario, ottant'anni dopo, di esprimere una condanna dal palazzo del governo, dopo che dal palazzo del governo Mussolini aveva impartito l'ordine di ammazzare un deputato d'opposizione.
Questo limite ha tre ragioni evidenti. La prima è la mancanza di un'autonoma necessità democratica degli uomini di An a chiudere per sempre la storia del loro passato, assumendo non solo la democrazia come contesto imprescindibile della vicenda odierna, ma i costruttori della democrazia - a partire dalla Resistenza - come Padri di una Repubblica condivisa e accettata nei suoi valori e nei suoi caratteri fondanti, tradotti nella Costituzione. La seconda è il limite naturale del berlusconismo - una specie di autismo politico - che concepisce la sua grandezza nell'edificazione di sé e non nella costruzione di una moderna cultura conservatrice democratica e occidentale che il Paese non ha mai conosciuto, doroteo o fascista com'è sempre stato a destra. La terza è lo strabismo congenito degli intellettuali liberali e dei loro giornali, che non hanno mai incalzato la destra per spingerla a liberarsi dei suoi vizi storici e dei suoi ritardi culturali, risparmiando con avarizia ideologica evidente quel pedagogismo che per decenni hanno opportunamente dispiegato nei confronti dei ritardi e delle colpe del comunismo: e che esercitano ancora - naturalmente a senso unico - anche oggi che il comunismo è per fortuna morto ed è nata una sinistra di governo riformista.
Anzi, dovremmo dire che proprio le indulgenze della cultura italiana e del suo establishment compiacente, la permeabilità azionaria (salvo naturalmente la golden share berlusconiana) del Pdl dove contano solo fedeltà e rapporti di forza, non scommesse culturali e coraggio politico, la nuova predisposizione italiana verso il politicamente scorretto e il "non conforme", rendono possibile ciò che sta accadendo: non nel pensiero politico, che con ogni evidenza non c'è, ma nella prassi di governo della destra. E' come se il contesto italiano di oggi autorizzasse un passo indietro rispetto ai timidi passi avanti di più di un decennio fa.
Oggi, in questa Italia, è evidentemente possibile onorare Salò e rimpiangerla. Oggi è possibile rivalutare il fascismo, poi incespicare in una correzione travagliata costruita con due "non" ("comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia non significa non condannare...) per la difficoltà di dire con nettezza qualcosa di chiaro, di risolto, di comprensibile. Dire, soprattutto, cos'è oggi questa destra, in cosa credono i suoi uomini.
Bobbio aveva avvertito su questo possibile esito dello sforzo decennale del revisionismo per affermare un rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo: una nuova forma "aberrante" di equidistanza tra fascismo e antifascismo. E' ciò che stiamo sperimentando in questo inizio di stagione, nella distrazione italiana del dopo-ferie, in un Paese in cui il senso comune - con i suoi pregiudizi - si è sostituito alla pubblica opinione (con la sua consapevole capacità di giudizio), la sinistra è prigioniera della sua subalternità culturale prima che politica, manca un principio di reazione perché non è in campo un pensiero alternativo al pensiero dominante: mentre si allarga ogni giorno, per conseguenza naturale, quella che i vecchi sudditi sovietici chiamavano la capacità di "digestione" della società.
Ma lo stesso Bobbio avvertiva che alla base della repubblica (e probabilmente della sua tenuta nel lungo dopoguerra) c'era un sentimento civile condiviso: un'"idea comune della democrazia". E' ciò che oggi manca ed è la dominante della fase che stiamo vivendo. Proverei a dare questa definizione: in Italia oggi si contrappongono due diverse idee della democrazia. Non c'è bisogno di giudizi roboanti o di etichette improprie. È sufficiente guardare la realtà.
Da un lato c'è un'idea repubblicana, nazionale ed europea che potremmo definire di democrazia costituzionale, che si riconosce nello Stato moderno, nella divisione dei poteri e nel principio secondo cui la sovranità "risiede" nel popolo. Dall'altro lato c'è l'idea di una democrazia che potremmo chiamare demagogica, una sorta di autoritarismo popolare continuamente costituente di un ordine nuovo, quasi una rivoluzione conservatrice che sovverte l'eredità istituzionale mentre la governa: in nome di un populismo che crea se stesso come un potere sovraordinato agli altri, nella prevalenza della decisione rispetto alla regola, anzi nella teorizzazione della nuova libertà post-politica che nasce proprio dalla rottura delle regole, perché il nuovo mondo si gerarchizza spontaneamente nella subordinazione volontaria al demiurgo.
Ce n'è abbastanza (basta pensare ai richiami impliciti ma evidenti del futurismo, del dannunzianesimo, dell'irrazionalismo, del nazionalismo, della restaurazione rivoluzionaria) perché l'istinto fascista nascosto ma conservato voglia fare la sua parte, si agiti sotto la cenere di una fiamma mai spenta, chieda di partecipare al banchetto costituente di questa "destra realizzata" che cerca una forma compiuta in Italia, una definizione che vada oltre l'orizzonte biografico berlusconiano e il limite biologico del suo titanismo. Così come si capiscono le responsabilità di tutto questo. Si capisce meno, se questa è la partita, cosa faccia chi per definizione sta dall'altra parte del campo. Se questo, tutto questo è destra (qualcuno può ancora avere dubbi?) si può rinunciare ad essere sinistra, col Pd, sia pure sinistra finalmente risolta, e capace di parlare all'intero Paese? Non solo: quell'idea comune della democrazia - che in gran parte coincide con la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, dunque è di per sé "costituente" dell'identità civile del Paese - non si può declinare e costruire già dall'opposizione, con il rischio di scoprire magari che quel sentimento è già maggioranza nella coscienza dei cittadini?
(10 settembre 2008)

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